venerdì 18 maggio 2012

Notturno ischitano


Click. Un attimo prima stava guardando il monitor illuminato e l’istante successivo si trovò al buio. Buio vero. Impenetrabile e spesso, quasi pastoso. Si depositò sulle spalle, poi colando l’avvolse isolandola da ciò che la circondava: non solo la vista, ma tutti i sensi persi nell’incertezza, smarriti in quell’improvvisa solitudine.
I contorni delle cose svaniti e con essi le coordinate per orientarsi tra gli oggetti.
Il cuore reagì nell’unico modo che conosceva, battendo accelerato e pompando adrenalina per affrontare il terrore ancestrale che l’assaliva. 
Il respiro si fece corto e pesante, il suo stesso corpo sembrava diverso: le braccia più lunghe e leggere, pronte ad annaspare nel vuoto in cerca di nuovi punti di riferimento, i muscoli delle gambe tesi, le piante dei piedi ben poggiate sul pavimento. Batté le palpebre un paio di volte, spalancando inutilmente gli occhi nell’oscurità, poi li socchiuse rassegnata. 
Istintivamente ruotò la testa per scandagliare i rumori della notte.
Tutto tranquillo. L’aria tiepida della primavera, i lievi sussulti del cane immerso in un sogno di gatti da inseguire. Eppure era in ansia, avvertiva la necessità di affrettarsi a trovare una fonte di luce: una candela, dei fiammiferi, una torcia, qualunque cosa potesse ridare sostanza al mondo scomparso nel buio.
In cucina, lì certamente avrebbe trovato quello che serviva.
Si alzò e iniziò il lento percorso a tentoni, attraverso le stanze, due, tre, che la separavano dall’altro estremo della casa. Doveva fare attenzione al pianoforte, perché c’era sempre qualcuno che dimenticava di accostare bene lo sgabello, più avanti il tavolo da pranzo e poi la poltrona… Il vuoto era ovunque, sembrava che tutti i mobili si fossero spostati o rimpiccioliti, di certo non erano più dove le sue mani credevano di trovarli. Smise di camminare, raddrizzò le spalle e immobile al centro di quel nero denso decise di respirare. Le costò fatica fermarsi, ma si impose di ragionare: anche se non poteva vederle, le cose che la circondavano erano sempre le stesse e di certo si trovavano tutte al loro posto; quindi allungò le mani alla sua sinistra e dopo mezzo passo sfiorò il bracciolo della poltrona.
Sollevata, si lasciò cadere sui cuscini e chiuse gli occhi per entrare in un buio più rassicurante. Le immagini arrivarono poco alla volta: prima il giardino com’era un tempo, con i muretti imbiancati, le sedie di paglia della nonna e l’albero di noci che faceva ombra e profumava d’estate. Sentì il calore del sole e guardando il suo braccio di bambina seguì con un dito le tracce del sale sulla pelle. Quelle scie di cristalli la guidarono su una barca, la dolce ruvidezza del tek sotto i piedi, la sensazione delle cime che scorrono fra le mani, lo schiocco della vela quando gonfia d’aria va al suo posto e quell’attimo di puro silenzio quando si spegne il motore e restano solo mare e vento. Un’onda la sollevò, strappandole un grido di gioioso stupore, per poi lasciarla in un campo di papaveri, fra il ronzio delle api e il canto metallico delle cicale; corse a nascondersi e trattenne il fiato per non farsi scoprire, ma quando sporse la testa per sbirciare dietro l’angolo era di nuovo notte e aveva in bocca il sapore del limoncello e nella testa grandi pensieri da sussurrare guardando le stelle. Alcune di quelle idee avevano messo radici, altre si erano perse in quel tempo d’estate, quando ogni cosa doveva ancora accadere, quando c’erano tutti e i giorni scorrevano come le perle di una collana, lisci e brillanti, senza imperfezioni. Nutrendosi di oscurità, i ricordi scorrevano dietro le palpebre come su uno schermo, spingendosi inesorabilmente verso momenti meno luminosi; rabbrividì guardando alberi spogli e un manto di foglie cadute, ritratti sbiaditi. L’odore della legna, lo scoppiettio del fuoco, un sorriso tiepido e il suono pesante di risate forzate. Quel freddo non l’aveva più abbandonata. 
Mentre le lacrime scivolavano tra le ciglia seppe senza bisogno di guardare che loro erano lì, nello spessore del buio, fermi attorno a lei, muti e sereni, caldi come il sole d’estate, morbidi come l’abbraccio del mare e lievi come la brezza che fa schioccare le vele.