domenica 15 aprile 2012

La Maledizione dell'America's Cup



Gli amanti della vela sono veramente sfortunati.
Tanto per cominciare le trasmissioni televisive dedicate a questo sport hanno minor frequenza degli accoppiamenti del panda e spesso occupano orari del palinsesto accessibili solo a vampiri e malati d'insonnia.
Ma questo non sarebbe un problema: gli appassionati di vela sanno di essere in pochi e che nessuna regata potrà mai competere con il Campionato Rionale di Calcetto Avvelenato e i suoi imperdibili incontri Pulcini di Antananarivo vs Galletti di Bujumbura: non c'è storia, bisogna farsene una ragione.
Negli ultimi anni però c'è stata una epidemia di "velite" e gli Italiani hanno scoperto l'esistenza di strani veicoli che si muovono sull'acqua, pare sospinti dal vento, e che in grazia di alcuni metri si tela e, si suppone, di appositi "cavi" manovrati ad arte, riescono persino a dirigersi dove gli occupanti desiderano. Come la televisione ci ha gentilmente spiegato, tali straordinari veicoli si chiamano barche.
Ora, sorvoliamo sulla tristezza di dover cominciare da zero con l'ABC della nautica nel paese dei santi e dei navigatori,




paese che, non ce lo dimentichiamo, è quasi completamente circondato dal mare, e limitiamoci a gioire per la ritrovata competenza, almeno lessicale, dei nostri connazionali.

Una volta assodato qual'è la poppa, qual'è la prua e che cazzare non è turpiloquio, sembrava fatta: gli Italiani amano la vela, diamogliela.
E ce l'hanno data! improvvisamente la TV si è accorta di noi e si è affrettata a colmare le sue lacune fornendoci niente di meno che: l'America's Cup!!!
Con grande dispiego di mezzi e risorse da parte della rete televisiva di turno, ognuno di noi poteva seguire comodamente da casa, nei bar o addirittura nelle piazze, i vari team contendersi il trofeo più prestigioso e ambito per un velista.
Ma nessuno, nessuno era preparato ad affrontare una delle più grandi maledizioni della storia dell'umanità.
Nessuno ci aveva avvisati che lo scotto da pagare fosse tanto alto, che il castigo per i nostri peccati sportivi fosse così terribile.
La sciagura biblica di cui sto parlando ha un nome: telecronista sportivo.
Eh sì, da quando la vela è sbarcata (!) in televisione, questa categoria si è arricchita di un nuovo elemento, molto probabilmente frutto di scellerati esperimenti genetici o più semplicemente di un rischioso riciclaggio, dei cui azzardi tutti noi subiamo le conseguenze: il TE.SP.RI.D.A (Telecronista Sportivo Riciclato Dall'Automobilismo).
Quasi sempre coadiuvato da un incompetente regista, il TE.SP.RI.D.A. ha il compito non facile di esasperarti a tal punto da farti fumare il cervello e altri organi sferiformi fino alla fusione nucleare: mentre il suo complice si dedica ad inquadrare ogni dettaglio di una scarpa dello skipper proprio quando le barche
virano alle boe o stanno per passare il traguardo, il TE.SP.RI.D.A. si sgola ululando senza sosta, costretto dalla sua stessa natura a coprire qualunque altra voce con un fiume di parole in libertà, senza attinenza con quanto sta avvenendo sul campo di regata e, ancor meno, con lo sport della vela. Poichè la rete, consapevole almeno a livello subconscio della sua incompetenza, gli ha affiancato un velista vero per commentare l'evento, una parte rilevante dell'energia del TE.SP.RI.D.A. è dedicata ad impedire al malcapitato di esprimersi (non senza un pizzico di sadismo) dopo averlo interpellato.
Non si ha notizia di ospiti del TE.SP.RI.D.A. finiti in terapia, ma raramente accettano un secondo invito.
EGLI E' IL MALE.
Qualcuno dovrebbe spiegargli che non c'è bisogno di dire continuamente "Guardate! Guardate!", lo stiamo già facendo. Che non vogliamo "strambare in pubblicità" e soprattutto, per amor di Dio, che le barche a vela sono A VELA, quindi può smettere di urlare per sovrastare il rumore di inesistenti motori: non è più a Monza né a Sepang, e quelli in rosso non sono Alonso, Massa o Schumacher.




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